Blog da Monte Bianco

15/03/2011 16:42
Il ruolo della lingua nella formazione della nazione italiana – Il caso della Sardegna

 

Il ruolo della lingua nella formazione della nazione italiana – Il caso della Sardegna

Na Itália, nestes últimos anos acontece um debate muito grande sobre o federalismo que, às vezes, extrapola e chega a alimentar a saudade de um tempo em que a nossa península estava dividida em muitos estados. Na matéria que segue, expomos algumas argumentações para sustentar a tese da existência de uma unidade cultural italiana que vai além das particularidades regionais.

Il 2 di marzo, a conclusione del dibattito parlamentare, relativo all'introduzione del cosiddetto federalismo fiscale, si è registrata la grottesca presenza nell'aula di Montecitorio di vessilli inneggianti a un anacronistico separatismo settentrionale. È innegabile che l'Italia abbia una tradizione multiforme, ricca di tante sfaccettature e particolarità regionali. Esattamente per questo motivo molti trovarono innaturale, nel periodo immediatamente successivo all'unità d'Italia, l'adozione di un modello amministrativo centralista importato dalla Francia. Sicuramente la previsione dell'autonomia delle regioni nella Costituzione repubblicana del 1948, divenuta effettiva per quelle a statuto ordinario soltanto nel 1970, ha rappresentato un tentativo di rendere l'organizzazione dei pubblici poteri più rispondente alla varietà di costumi, culture e strutture sociali del nostro paese. Pertanto, le attuali discussioni sul federalismo, e non solo su quello fiscale, non costituiscono una grande novità e non scandalizzano nessuno. Quando, però, e la presenza in parlamento di bandiere simbolo di un'Italia divisa ne è prova tangibile, si vogliono coltivare assurdi sogni separatisti, il discorso cambia. Noi italiani dobbiamo recuperare in pieno la consapevolezza, e l'orgoglio, di appartenere a una nazione che esisteva ben prima di avere la forma di uno Stato unitario. Unità non è sinonimo di omogeneità e di negazione delle differenze, bensì è la presenza radicata di tratti comuni che vanno oltre le specificità regionali. Un ruolo fondamentale nella formazione della nazione l'ha avuto, senza ombra di dubbio, la lingua italiana. A questo riguardo occorre risaltare che il processo di progressiva affermazione del "toscano" come lingua unitaria è ben più antico dell'unità politica, proclamata solennemente nel 1861. Indubbiamente la formazione del Regno d'Italia comportò un'accelerazione fortissima di questo fenomeno che, però, era già in atto da tempo. Ben prima della seconda metà dell'ottocento, le classi dirigenti di vari stati preunitari e i ceti colti avevano iniziato a guardare al "toscano" o "fiorentino" come alla lingua comune di tutta la penisola, senza che questo pregiudicasse la contemporanea vitalità dei vari dialetti regionali che, in alcuni casi, avevano le caratteristiche di vere e proprie lingue autonome. Per suffragare la solidità di questa nostra tesi ci permettiamo di ricordare alcuni dati riguardo all'affermazione del "toscano" come lingua scritta e parlata in Sardegna, una delle regioni italiane con una tradizione linguistica autonoma tra le più ricche. Questa regione, caratterizzata dalla presenza di una lingua neolatina, il sardo, che ha una sua peculiarità e una sua tradizione anche letteraria, subì una prima fase di penetrazione del "toscano" nel basso medioevo, a causa dell'influenza, prima economica e in seguito politica, che esercitarono su vaste parti di essa, le repubbliche marinare di Genova e soprattutto di Pisa. Passata in seguito sotto il controllo Aragonese e Spagnolo, dal XIV all'inizio del XVIII secolo, il volgare italiano vi fu soppiantato dal catalano e dallo spagnolo, sino a quando, nel 1720, entrò a far parte del ducato di Savoia. Questo cambiamento politico comportò, a partire dalla seconda metà del settecento, l'adozione del"toscano" come lingua ufficiale che tornò a diffondersi, grazie anche al ruolo della scuola, soprattutto negli strati alti della popolazione. Il progressivo allargamento dell'accesso all'istruzione di base, ha portato gradualmente quest'isola ad avere una situazione diffusa di bilinguismo quasi perfetto. Ciò significa che l'autoctona lingua sarda è rimasta ben vitale, tanto da vivere attualmente una nuova primavera, ma allo stesso tempo l'italiano si è diffuso ovunque nel suo territorio al punto che difficilmente, oggi, si potrebbe sostenere che questa terra non sia integralmente italiana. La manifestazione più clamorosa di questa realtà è data dal fatto che numerosi sono stati i sardi, che pur rimanendo fedeli alle loro origini, hanno rivestito un ruolo di spicco nella società e nella cultura italiana. Alcuni di loro hanno dato un contributo ragguardevole alla letteratura. Noi non vogliamo entrare nel merito del dibattito, in corso in questo periodo, sul quesito se si possa dire letteratura sarda soltanto quella scritta in sardo, oppure anche quella scritta in italiano da autori sardi. Ci preme semplicemente risaltare che soltanto qualcuno privo di un pizzico di discernimento potrebbe contestare che due scrittori come Grazia Deledda, l'unica donna italiana ad essere insignita del Premio Nobel per la letteratura nel 1926, o Gavino Ledda, autore di "Padre padrone" nel 1975, apprezzatissimo capolavoro della nostra letteratura contemporanea, siano allo stesso tempo integralmente sardi e genuinamente italiani. A questo esempio relativo alla Sardegna, se ne potrebbero aggiungere molti altri per sostenere la nostra tesi di fondo: le particolarità regionali non sono in conflitto con l'esistenza di una nazione culturale italiana, di cui la lingua è un importante fattore costitutivo.


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